Italia, la disfatta di un sistema e il dovere della resa

maglia italia nazionale

Siamo qui oggi non per commentare una semplice sconfitta sportiva, ma per certificare il fallimento totale di un intero movimento. Quello che è successo a Zenica contro la Bosnia non è un ‘episodio sfavorevole’ o una questione di arbitraggio; è la pietra tombale su un decennio di gestione fallimentare.

Per la terza volta consecutiva, l’Italia è fuori dal Mondiale. Significa che avremo sedici anni di assenza dal torneo più importante del mondo. Ci sono due generazioni di bambini e ragazzi che non hanno mai visto, e per anni non vedranno, la maglia azzurra su quel palcoscenico. È una vergogna nazionale senza precedenti che non può essere liquidata con la retorica della ‘crescita incredibile’ o del ‘clima da salvaguardare’.

L’ormai ex Presidente Gabriele Gravina, dimessosi ieri 2 aprile 2026, in un atto di sconcertante negazione della realtà, afferma che ‘non è successo niente’. Si aggrappa alla sua poltrona, rimettendo ogni decisione a un Consiglio Federale che funge da scudo burocratico. È inaccettabile che, dopo una disfatta di questa portata, la prima risposta sia la conferma della guida tecnica e l’autodifesa politica.

Sentiamo parlare di alibi: la colpa sarebbe degli arbitri, o della politica che ‘non aiuta’. Ancora peggio, sentiamo il Presidente della FIGC sminuire i successi straordinari di altri sport italiani (dal tennis alla pallavolo, dallo sci all’atletica) definendoli ‘sport di Stato’ o ‘dilettantistici’. È un insulto a chi vince con programmazione e merito. La verità è che mentre il tennis e il volley trionfano grazie a investimenti privati e visione, il calcio italiano affoga nella sua stessa avidità e incapacità di rinnovarsi.

Il problema è sistemico e parte dai settori giovanili. Abbiamo un campionato ‘infarcito di stranieri sopravvalutati’ dove i nostri ragazzi non trovano spazio. Le scuole calcio sono diventate luoghi dove non si insegna più a divertirsi o a faticare, e i vivai sono stati abbandonati a favore di ‘mercenari’ che annacquano il talento nazionale. Non c’è più la ‘fame’ di una volta, ma solo contratti milionari per giocatori che troppo spesso pensano più ai tatuaggi e ai social che alla porta avversaria.

Questa Federazione ha dimostrato di essere una sciagura per il calcio. Non serve un rimpasto, non servono riflessioni vaghe. Serve una tabula rasa. È necessario azzerare tutto, dai vertici della FIGC in giù, per ricostruire dalle fondamenta. Il calcio appartiene ai tifosi, non ai burocrati arroccati nelle loro stanze. Presidente Gravina, il tempo degli alibi è scaduto. Per il rispetto che si deve a questo sport e a un intero Paese che soffre per questa maglia, l’unica strada dignitosa è una sola: dimissioni immediate e totali. L’Italia del calcio merita di meglio. L’Italia del calcio deve tornare a respirare.

E come se non bastasse lo scempio tecnico in campo, dobbiamo assistere a scene paradossali che feriscono la dignità di questa maglia: giocatori della Nazionale ripresi mentre mostrano soddisfazione per i successi dei nostri futuri avversari, derubricando il tutto a un ‘istinto’ tra amici o a una reazione goliardica.

È l’emblema di un calcio dove il senso della patria e l’onore della maglia sono stati barattati con una mentalità da mercenari. Non esiste più quella cattiveria agonistica, quella ‘fame’ e quella rabbia che un tempo colmavano ogni divario tecnico; oggi vediamo ‘ragazzotti viziati’ che pensano più ai tatuaggi e ai social che a sudare per il proprio Paese.

La verità più amara è che tra un mese questa disfatta sarà già finita nel dimenticatoio: il sistema ci ha anestetizzati, e saremo pronti a festeggiare un posto in Champions, uno scudetto o una salvezza con i nostri club, ignorando che il cuore del movimento è clinicamente morto. Finché il successo del singolo club conterà più dell’orgoglio nazionale, continueremo a essere la ‘Serie B’ del calcio mondiale, spettatori impotenti di una storia che non ci appartiene più.

E guardate bene il destino di chi si è seduto su quella panchina: una sfilata di capri espiatori sacrificati sull’altare di un sistema immobile. Da anni assistiamo allo stesso copione: il Commissario Tecnico viene lasciato sistematicamente solo a gestire macerie e scandali, per poi essere fatto fuori non appena il giocattolo si rompe.

Gian Piero Ventura lo ha gridato forte: nel 2017 è stato l’unico colpevole, abbandonato da tutti, mentre oggi si accorge che nulla è cambiato. Roberto Mancini, osannato dopo l’Europeo, è finito prigioniero del suo stesso gruppo, vittima di quella riconoscenza verso giocatori che non avevano più nulla da dare. E che dire di Luciano Spalletti? Un allenatore lasciato solo da Gravina a gestire casi spinosi come quello di Acerbi, costretto a fare da parafulmine a una Federazione che preferisce cambiare una guida tecnica piuttosto che affrontare interventi strutturali davvero impegnativi.

Ogni CT finisce divorato da un sistema che non lo tutela e da giocatori che, troppo spesso, non sembrano né all’altezza né realmente coinvolti nel progetto. Cambiamo i nomi: Ventura, Mancini, Spalletti, ora Gattuso, ma la sostanza resta la stessa, ovvero l’allenatore subisce le conseguenze per tutti, mentre chi governa resta ben saldo al proprio posto, a guardare il naufragio da riva.

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